Glossario di Pedagogia e Psicomotricità. Spiegazione dei termini più comuni nel Trattamento delle Difficoltà dei Bambini
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La psicoanalisi distingue questi soggetti in occasionali (per il manifestarsi della fantasia perversa in certi momenti o per il suo unirsi ad altre forme patologiche della sessualità adulta) ed in ossessivi (costantemente bisognosi di questa criminosa relazione). Ne deriva che lo stato di fissazione dei conflitti intrapsichici dell'adulto determina la qualità della sua perversione. L'incapacità di giungere ad un pieno adattamento sessuale avrebbe fatto fermare a metà strada il pedofilo, inchiodandolo a forme di sessualità infantile. Secondo Stoller l'essenza della pedofilia è la conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto: la voglia di vendetta sulle umiliazioni genitoriali patite nell'infanzia viene tolta attraverso fantasie o atti. L'area sessuale diventa il terreno su cui il pedofilo può sentirsi indipendente e sicuro dai propri fantasmi di angoscia e separazione intrapsichica. A causa della fissazione alla fase edipica, questo adulto si identifica narcisisticamente con la madre e si ritrova bambino specchiandosi nel bambino che ha davanti: il dominio sessuale fa sentire il pedofilo sollevato nei confronti del proprio fantasma materno. La patologia narcisistica del carattere determinerebbe questo criminoso bisogno per far fronte ad un'autostima molto debole: usare i bambini, intessere relazioni con loro per nutrirsi, attraverso risposte idealizzanti, di un'immagine positiva di sé mancante. E a livello emozionale, l'ansia per l'invecchiamento e per la morte viene tenuta lontana. Il vacillante senso di mascolinità viene invece rafforzato negli episodi di pedofilia omosessuale. La psicologia junghiana guarda all'aspetto non patologico della pedofilia. Gordon considera l'interazione adulto-bambino e mette in rilievo la grande vulnerabilità dell'adulto ora pedofilo, un tempo rimasto oggetto di seduzione sessuale inconscia da parte di uno od entrambi i genitori. Nell'allora bambino la ferita provocò l'esigenza di una facciata esteriore di maturità e di riflessività, costruita per arginare il panico esistenziale; adesso resta in lui questa debolezza fronteggiabile solo ribaltando i ruoli: restituendo ad un altro bambino il male ricevuto. La teoria dell'abusato abusatore è stata coniata da Garland e Dougher, nell'ambito della psicoterapia con i colpevoli di abuso sessuale sui minori, e anch'essa sottolinea la ripetizione ed il riflesso di un'aggressione sessuale subita, ora rivendicata sull'altro. Per l'adulto pedofilo replicare la vittimizzazione di un tempo significa trionfare sul proprio passato e questa forma di odio erotizzato è l'unica risposta conosciuta. L'azione sessuale aggressiva sui bambini ridimensiona le sensazioni dolorose del trauma ed aiuta a superare il senso d'impotenza, l'immagine di sé negativa, la perdita di fiducia negli altri ed il timore di pericolo incombente (aspetti tipici post-traumatici). In particolare, Groth afferma che la motivazione peculiare che spinge l'abusatore ad agire non è di natura sessuale: è l'espressione di bisogni non sessuali e di aspetti esistenziali irrisolti. Abuso, quindi, come atto pseudosessuale al servizio di bisogni non sessuali. Chi abusa è considerato "regredito" nel caso in cui, pur avendo un orientamento sessuale ed interpersonale adeguato all'età, torna verso i bambini in particolari circostanze; "fissato" se le sue attenzioni sessuali sono rivolte esclusivamente ai minori, a causa di un arresto dell'interesse sessuale primario. La teoria dell'identificazione parentale avanza che gli aggressori sessuali siano anche cresciuti in famiglie devianti, nelle quali è risultata impossibile un'equilibrata identificazione coi genitori, necessaria per uno sviluppo sessuale stabile.

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